Stemma del Comune di Montecchio Emilia
Comune di
Montecchio Emilia
 
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Storia

Le vicende del territorio in cui è sorta Montecchio sono sempre state fortemente condizionate dal vicino fiume Enza (Incia o Nicia nell'antichità). In età preistorica fu soprattutto la ricchezza di acque a favorire la presenza umana; rilevanti furono gli insediamenti dell'età del bronzo (terramara di Montecchio). Il sito era all'incrocio tra i percorsi pedemontani e la via che collegava gli Appennini al Po lungo il corso dell'Enza, direttrice importante già prima della conquista romana (ritrovamenti di reperti estruschi) e per secoli una delle principali vie di comunicazione nord-sud. L'area si trovava a metà strada tra i centri di Luceria, presso Canossa, e di Tannetum, sulla strada che proseguiva per Brescello e le Alpi. Resti della strada romana sono affiorati in diversi punti del territorio comunale, insieme a resti di ville e di altre strutture, più frequenti nella zona vicina all'antica strada militare (l'odierna via Emilia), dove persistono anche importanti tracce della centuriazione.
I primi rilievi, modellati dal fiume, determinarono il nome della località:Monticulum o piccolo monte.
Un'importante presenza longobarda si stabilì nella zona già dai primi anni dell'invasione, come testimoniato dalla ricchezza dei corredi ritrovati a Montecchio (croce aurea conservata al Museo Nazionale di Parma). Fin da quell'epoca la Val d'Enza venne ad essere soggetta a influenze e sovranità diverse, al confine tra potenze spesso in lotta fra loro. Già in un documento datato 781, ma probabilmente redatto nel X secolo, Montecchio è ai limiti tra le diocesi di Parma e di Reggio. Nel IX secolo è il vescovo di Reggio a beneficiare di donazioni, concedere in enfiteusi, acquistare e permutare i terreni a Montiglo. La frequenza degli atti attesta anche la diffusione della proprietà fondiaria in capo a individui che si riconoscono soggetti sia alla legge romana che longobarda. La presenza di più giurisdizioni nel territorio di Montecchio durante l'alto Medioevo risulta anche da una donazione del 1039 relativa a terreni posti in Monticlo, "Iam in comitatu parmense seu regiense". Già in quell'età una fortificazione di presidio all'accesso al nucleo centrale dei territori canossani doveva essere stata realizzata, come sostiene lo storico di Parma, Affò.
Risulta, infatti, che il monastero di Sant'Apollonio di Canossa possedeva terre a Montecchio, che gli vennero confermate, dopo la morte della Contessa, dall'Imperatore Enrico V e nel 1114 Matilde di Canossa liberò i montecchiesi da alcuni tributi pagati fin dai tempi di Beatrice di Canossa (sua madre), agli "arimanni et execitales" dei Canossa. Più volte nel placito matildico si parla dei "boni homines de Monticulo": il nucleo di individui da cui trarrà origine il comune rurale.
Passato sotto la giurisdizione di Parma, per il miglior controllo dei propri possedimenti, la curia parmense nominò a Montecchio dei propri rappresentanti, detti vice-domini, incaricati di seguire i lavori delle terre, curando l'amministrazione e gli atti di minor impegno giuridico. Dagli ultimi anni del XII secolo sono localmente attestati diversi soggetti di una famiglia che da questo incarico prese il nome di Vicedomini di Montecchio.
Con l'affievolirsi del potere vescovile, duramente combattuto dal Comune di Parma proprio per il possesso di terre come Montecchio, fu il Comune stesso a esercitare localmente il proprio controllo. Diverse norme degli statuti duecenteschi di Parma pongono a carico dei montecchiesi obblighi di riparazione delle strade, di realizzazione e di manutenzione di canali e di coltivazioni particolari. In questi documenti Montecchio è già definito castrum vetus, vecchio castello.
Nel 1296 le più antiche fortificazioni vennero rase al suolo da Azzo d'Este. La crisi dell'istituzione comunale favorì le ambizioni della famiglia dei Vicedomini. A metà del trecento, lotte familiari, nel quadro delle contese tra Signorie (Estensi, Scaligeri, Visconti e alleati), si conclusero con la subordinazione di Montecchio all'autorità dei Visconti, già in possesso di Parma e, più tardi, di Reggio.
Con il crollo del potere dei signori di Milano, il dominio estense arrivò all'Enza. Montecchio era una testa di ponte preziosa per motivi militari e per il controllo delle acque irrigue. Conquistata nel 1426 grazie alle armi di Uguccione Contrari, i signori di Ferrara vi restarono, salvo brevi interruzioni, fino all'Unità d'Italia.
Borso d'Este concesse nel 1453 Statuti autonomi al comune di Montecchio, già probabilmente riconosciuti al Comune dai suoi predecessori Nicolò e Leonello; questi nel 1442 aveva donato alla comunità lo stemma (l'anello con diamanti), segno di dignità politica e militare, oltre che di unione indissolubile con la casa estense.
Nei processi di scambio politico con la nuova famiglia dominante, a Montecchio fu riconosciuta ampia autorità sul territorio che da Barco giungeva fino alla "strada claudia" (via Emilia), da Gaida fino a Sant'Eulalia (attuale S.Ilario). L'estensione comunale rimase immutata fino al 1859, salvo pochi anni durante l'età napoleonica. Dopo aver subito dal 1482 al 1486 l'occupazione dei Torelli di Montechiarugolo, Montecchio venne strenuamente e in ogni sede rivendicato dal Comune di Parma per tutto il primo ventennio del Cinquecento. I motivi sarebbero da ricercare nella prosperità del centro per la presenza di ricche borgate che lo facevano assomigliare, secondo gli storici del cinquecento, a una piccola città.
Carlo V stabilì in modo definitivo l'autorità Estense su Montecchio, rafforzata, dopo la breve occupazione militare di Ottavio Farnese tra il 1557 e il 1558, dall'elevazione nel 1562 di Montecchio in marchesato da parte di Massimiliano II a favore del ramo degli Estensi discendenti da Alfonso I d'Este e Laura Dianti. La questione della illegittimità o meno di tale unione fu determinante al momento della morte, senza eredi diretti, di Alfonso nel 1598. Il Papa prese a pretesto questa illegittimità per togliere al nuovo Duca Cesare del Marchesi di Montecchio il suo dominio su Ferrara.
Per Montecchio si aprì un periodo per molti aspetti privilegiato: il dominio locale di esponenti di primo piano della famiglia ducale (da Cesare, a Luigi, a Cesare Ignazio), permise spazi di autonomia e prosperità che non si riscontravano nemmeno a Reggio. Da ciò trassero vantaggio soprattutto alcune famiglie: i Caronzi, i Pampari, i Tassoni, che ascesero ai vertici economici e sociali della località, per restarvi fino ai primi decenni del '900.
Dal 1680 le lotte tra i grandi stati europei nel quadro della debolezza politica degli Stati italiani, non seppero evitare a Montecchio decenni di sofferenze, ripetute occupazioni militari, vessazioni fiscali e umiliazioni politiche. L'età delle rivoluzioni cancellò definitivamente gli antichi privilegi dei montecchiesi e i vantaggi dei ceti dirigenti locali. La restaurazione non portò che nuove schiavitù, senza peraltro ripristinare le antiche libertà. Da qui il forte malessere sociale che investì Montecchio dopo il ritorno degli Austro-Estensi, che si sostanziò nell'ampia partecipazione ai moti del 1821, che fruttarono però soltanto numerose condanne di montecchiesi ai processi di Rubiera.
La fertilità delle campagne, unita all'ampiezza del territorio, faceva tuttavia di Montecchio, alla vigilia del 1848, il secondo Comune per abitanti del Ducato di Reggio, dopo il capoluogo. Con l'Unità d'Italia e la crisi agraria degli anni '70, si originò un consistente flusso di abbandono delle campagne e di emigrazioni verso l'estero.
Con la fine dell'800 i programmi di opere pubbliche, la costruzione (dal 1895) del ponte sull'Enza e della nuova strada per montechiarugolo, nonché della ferrovia Reggio-Ciano (operativa nel 1909), resero possibile una prima fase di sviluppo economico. Negli stessi anni, la creazione di industrie collegate all'agricoltura (trasformazione del pomodoro e contenitori metallici), si affiancarono alla rilanciata industria lattero-casearia e viti-vinicola. Montecchio, al centro dei commerci della Val d'Enza, mandamento giudiziario ed elettorale, sede dell'ospedale Ercole Franchini, divenne capoluogo economico e sociale, anche se non più amministrativo, di una vasta fascia dell'alta pianura padana tra Parma e Reggio Emilia.
Dopo la parentesi fascista e le tragedie della II guerra mondiale, in cui fu diffusa l'adesione al movimento partigiano, Montecchio confermò il proprio ruolo di centro di servizio distrettuale. La "rivoluzine industriale" delle campagne emiliane, particolarmente intensa a partire dagli anni '60 e basata su una molteplicità di piccole imprese, diede luogo anche a Montecchio a una trasformazione che mutò il volto dell'antico borgo e dell'ambiente circostante.
Monteccho Emilia, oggi moderna cittadina di industrie e servizi situata in uno degli angoli più suggestivi della fascia pedecollinare, conserva ancora notevoli tracce monumentali del suo passato in un cornice a misura d'uomo, la cui valorizzazione vuole essere sempre più attenta e accurata.



Ultimo aggiornamento: 25/11/15