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Comune di
Montecchio Emilia
 

GRAZIANO POMPILI - VIA CRUCIS

Prosegue il progetto 'Profeti in patria - Cammini d'artista a Montecchio Emilia' con la mostra "Via Crucis" dello scultore montecchiese a Casa Cavezzi dal 19 marzo al 30 aprile. Inaugurazione sabato 19 marzo alle ore 18.00

 

    



Profeti in patria - Cammini d'artista a Montecchio Emilia

Montecchio presenta una caratteristica rara, quella di essere una terra generosa di artisti. Vivono infatti in questo piccolo centro maestri di fama internazionale che, come spesso accade, sono scarsamente conosciuti dai loro concittadini. Ci piacerebbe invece che questi artisti potessero essere conosciuti soprattutto qui; non tanto per il loro valore artistico, che sicuramente non ha bisogno di Montecchio per essere riconosciuto, quanto proprio come persone che hanno trovato in questa nostra città il punto di partenza per un cammino che li ha portati a realizzare le loro aspirazioni più profonde. Vorremmo che l’incontro con la loro storia potesse rivelare quanto la nostra terra possa ancora essere “abitata poeticamente” e con passione, nonostante la disillusione e la fatica di questo tempo, se torniamo a vederla come possibilità e non come terra desolata e priva di nutrimento per lo spirito. Credo che il racconto del loro cammino li possa rendere "profeti", ossia possa farci vedere di nuovo quello che a volte, appesantititi dalle preoccupazioni quotidiane, abbiamo smesso di vedere e di inseguire ovvero il movimento della vita che loro invece, con occhio instancabile, continuano a guardare e a tradurre per noi in opera. La speranza è che possano dare a qualcuno di noi la voglia di ripartire o di partire per la prima volta verso quello che dobbiamo realizzare, affondando i piedi in una terra che, anche grazie alla loro presenza, può ancora esserci madre.  
 
Angela Marchetti
Assessora all'Istruzione e Cultura

 

Via Crucis

a cura di Sandro Parmiggiani 

 
"Graziano Pompili ha compiuto, nella sua Via Crucis, una scelta del tutto insolita: nessuno dei corpi che calcano questa tragica ribalta reca la testa, come se in questa rappresentazione fosse necessario alludere a una così peculiare condizione umana. Quando, come nella Stazione VI, finalmente compare una testa, quella di Cristo, che occupa tutta la superficie della formella, essa viene detta con un contorno inciso sulla terracotta: allusione all’immagine, alla sindone, impressa sul tessuto di lino con cui la Veronica ha appena finito di asciugare il volto insanguinato di Gesù. Questo volto è vuoto di linee, come se quei tratti, che segnano l’individualità dell’aspetto di ciascuno di noi, stessero in quel momento per perdersi, in attesa che s’intraveda ciò che in fondo unifica tutti i visi – il cranio, che ci guarda con le sue orbite vuote – o come se, avendo Pompili fatto ricorso, nelle sue figure, a manichini, questi non potessero che avere un volto levigato, senza identità, dai caratteri tanto stereotipati che non vale la pena di descrivere.
Paiono infatti manichini, i personaggi della Via Crucis, con i loro arti snodabili – come subito si evince dai buchi alla loro sommità in cui fare passare le corde che li muovono –, cui si possono fare assumere tutte le posizioni che si vogliono. Del resto, Gesù è protagonista passivo, nel senso che dichiara la propria accettazione, pur conflittuale e dolorosa, della volontà del Padre, adempiendo all’impegno sacrificale e profetico che gli è stato chiesto, bevendo il calice del dolore sino in fondo. È come se tutti gli attori di questa vicenda – non solo la vittima, Cristo, ma anche chi si fa strumento del potere, prima per schernirlo, per ferirlo e poi per metterlo a morte, e chi lo accompagna nella salita dolorosa al Golgota, come Simone di Cirene che per un tratto porta la Croce, o come chi s’unisce a lui nella compassione dell’esperienza del dolore, dalla Veronica alle donne di Gerusalemme che lo seguono piangenti – si muovessero su una ribalta dietro le cui quinte c’è qualcuno che tira le corde che li animano. Si trova solo Gesù, alla fine del suo cammino terreno; eppure questa solitudine, che Pompili rende bene con questi corpi fatti di linee di diverso spessore, corpi che apparentemente restano distanti e disgiunti, diventa alla fine una sorta di consonanza, che si fonda sulla struttura analoga dei corpi e sulla loro contiguità spaziale, rivelando quanto c’è di comune in ogni essere umano, al di là della condizione di vittima, di spettatore o di protagonista attivo di quella messa a morte. Questo carattere è del tutto evidente nel momento finale della “Via Crucis”, quello della solitudine assoluta, quando Cristo viene deposto nel sepolcro: il suo corpo giace orizzontale, ormai dentro il ventre della terra, e le tre figure verticali che lo compiangono, vive, hanno la stessa posizione d’abbandono degli arti di lui, morto; il corpo di chi è morto è in una condizione simile a quello di chi, ormai esausto, ne piange la scomparsa.
Paiono persone ridotte a segmenti, spezzate nella loro umanità dalla cieca violenza che alternativamente subiscono o esercitano: credo che la soluzione adottata da Pompili renda bene l’idea del furore e della forza che annichiliscono, che riducono a automa, quando si viene oltraggiati e feriti, nel corpo e nella dignità di persone. Cristo non si oppone, è inerme, come lo è ogni vittima alla mercé di un nemico potente che ha scelto di andare fino in fondo, fino all’annientamento dell’altro che ha davanti a sé – con ciò tuttavia annientando anche se stesso. Paiono, le forme scelte da Pompili, consone a rappresentare la tensione che pervade tutta questa vicenda e che si fa sempre più esplosiva quando ci s’avvicina alla resa finale della vita alla morte, quando questo “stare all'erta” con ogni senso cede il posto alla stanchezza infinita di chi, forse, vorrebbe vedere abbreviata la durata del patimento che sta subendo. E del resto questa disposizione degli arti pare quella che si assume dentro la sofferenza: viene spontaneo associare questa sorta di blocco, di fissità di un movimento bloccato, che qui i corpi manifestano, alla posizione, anche di difesa, che assumiamo in certi momenti critici della nostra vita.
Isaia alludeva alla figura di Cristo con il termine di “Uomo dei dolori che ben conosce il patire”, e le forme di Pompili sembrano consapevoli di questa memoria dell’esperienza emblematica della sofferenza, insieme a quella quotidiana, che la storia tragicamente ci consegna, di un’umanità che continua a essere profanata. Il segreto del fascino di queste formelle sta forse nel fatto che esse si reggono su elementi, su un lessico, su una struttura compositiva che immediatamente evocano nel nostro immaginario memorie visive, sentimenti, associazioni. Al di là della vicenda, a tutti nota, che Pompili qui raffigura, è la struttura delle linee che qui si danno a creare un ritmo della visione, che ci incalza e ci conduce a riflettere, a fare scattare il pensiero: come diceva Clement Greenberg, il senso di un’opera è nell’esperienza delle sue forme. Chi guarda questa Via Crucis reagisce alle forme, alle figure e ai dettagli di questa rappresentazione, vi riconosce qualcosa che gli appartiene, che riaffiora dalla propria memoria. Ecco dove si fonda l’esperienza dello sguardo di chi, sapendo darsi il tempo della contemplazione, senza passare frettolosamente accanto all’opera, potrà ripensare alla propria esperienza esistenziale, connettervi qualche suo ricordo, o ritornare alla perenne realtà delle quotidiane crudeltà. Si rinnova così il senso dell’opera – che, come sappiamo, mai è definito una volta per tutte, ma che continuamente muta e s’arricchisce nel succedersi delle generazioni.”

Sandro Parmiggiani
  Curatore della mostra
 


Ultimo aggiornamento: 04/05/16