Stemma del Comune di Montecchio Emilia
Comune di
Montecchio Emilia
 

Sorgenti Enza

L'area naturalistica denominata "Sorgenti Enza" si trova nel territorio del Comune di Montecchio Emilia, a poche centinaia di metri dal centro storico del paese in direzione sud in prossimità del greto del torrente Enza. La sua forma assomiglia ad un trapezio allungato in direzione nord - sud, parallelo al corso del torrente ed ha una superficie di poco inferiore ai sei ettari. In passato il luogo fu destinato alla captazione di acqua potabile per cui i pozzi sono stati protetti da un'ampia cintura di rispetto, costituita appunto dall'attuale area naturalistica entro la quale fu inibita qualunque attività antropica.
Questa favorevole circostanza ha permesso la conservazione di associazioni vegetali ed animali che altrove stanno scomparendo; su di un substrato costituito da un vecchio prato polifita, ricchissimo
di specie erbacee, si sono formati folti raggruppamenti arboreo-arbustivi con grande variabilità specifica.
Quest'area costituisce quindi a tutti gli effetti un autentico relitto dell'originario ambiente di perialveo del torrente Enza del quale non rimangono attualmente altri esempi così significativi lungo l'intero corso del fiume.
Attualmente la proprietà è dell'Azienda Gas-Acqua di Reggio Emilia; nel 1992 AGAC e Comune di Montecchio Emilia hanno sottoscritto una convenzione per l'utilizzo dell'intera area.
In virtù di tale accordo AGAC ha concesso in uso tale area al Comune di Montecchio Emilia al fine di consentire l'effettuazione di tutte quelle attività che, interessando l'Amministrazione Comunale
e la popolazione locale, siano rivolte alla conservazione, protezione e valorizzazione del patrimonio naturalistico e storico presente all'interno dell'area stessa.
Nel 1997, in sede di approvazione della variante generale al PRG, il Comune di Montecchio Emilia ha provveduto a classificare questo territorio come "Area di Riequilibrio Ecologico" ai sensi della Legge Regionale n° 11/88.
Essa rappresenta uno dei tasselli della Rete di aree di riequilibrio ecologico progettata nell'ambito del "Progetto di Tutela e valorizzazione della fascia fluviale della Media Val d'Enza" approvato dai Comuni rivieraschi del medio corso.
L'area è visitabile da chiunque ne faccia richiesta in qualsiasi momento, con particolare attenzione alle scuole alle quali l'Amministrazione Comunale fornisce, in collaborazione con il volontariato locale, personale competente per le attività didattiche inerenti l'ecologia.
Recentemente, grazie alla collaborazione volontaria del signor Umberto Fontanili, è stato ristrutturato un piccolo fabbricato utilizzato come spazio di supporto all'attività didattica.
Un altro montecchiese, il signor Roberto Gilli garantisce, con un'attività a carattere socialmente utile, una preziosa opera di custodia dell'area e di cura del patrimonio arboreo ed arbustivo presente.
A tutti i volontari che nel tempo hanno prestato la loro opera va il sentito ringraziamento dell'Amministrazione Comunale e.. ..della Natura!!!
 


LA STORIA

LE SORGENTI DELLO SVILUPPO

La bellezza della natura da il piacere di un'opera d'arte, qualcosa di amichevole e rassicurante.
Per esempio, una passeggiata nell'area che i montecchiesi conoscono come "I pozzi" (già detti Prati Livelli del Bosco di Montecchio) è una vera esperienza estetica, di grazia ed equilibrio.
Forse di ciò è possibile azzardare una spiegazione razionale. La zona, in origine ricompresa in un folto bosco, ospita da tempi immemorabili una sorgente.
Da una relazione inviata al Duca Cesare d'Este nel 1615 apprendiamo che presso Montecchio si trovava un bosco «...grande, horrido per vari alberi, sterpi e macchie, ove sono lepri, fagiani, e molt'altre selvaticine... e in detto bosco scaturisce un limpido fonte, che invia un ruscello d'acqua verso il castello...»
Già i Greci e i Romani credevano che le sorgenti fossero abitate e protette da presenze semi-divine, le Naiadi. Erano giovani donne che conferivano facoltà guaritrici alle fonti e colpivano con malattie ed oscure maledizioni coloro che le avessero insudiciate; una tutela ecologica ante litteram di cui si sentirebbe il bisogno anche oggi. Ma l'area delle "Sorgenti Enza " è anche una preziosa testimonianza del lavoro dell'uomo. Dalle nostre sorgenti provenivano le acque che, a partire dal 1885, dissetarono per molti decenni la città di Reggio, grazie a quell'acquedotto Levi che fu forse la prima opera ingegneristica "moderna" del territorio.
Possiamo parlare a riguardo di "sorgenti dello sviluppo", perché da allora in poi il volto atavico, millenario della città e della provincia reggiana sarebbe mutato per sempre, sull'onda dello spirito innovatore espresso delle nuove classi dirigenti. L'acqua è salute ed è civiltà. Con il crollo del mondo romano caddero in rovina gli audaci acquedotti che avevano reso possibile una raffinata civiltà urbana. Lo sviluppo medievale era stato a sua volta arrestato dalle pessime
condizioni igieniche, concausa delle epidemie di peste che scoppiarono con grande virulenza dal 1348 in poi. Il flagello cessò di infierire in Europa, per motivi ancora ignoti, a partire dalla fine del Seicento, consentendo lo sviluppo demografico settecentesco. L'igiene pubblica nel secolo diciannovesimo fu ulteriormente peggiorata dall'aumento della popolazione, dallo sviluppo delle attività artigianali ed industriali cittadine e dall'arrivo di un morbo sconosciuto di origine asiatica che colpì a più riprese con virulente epidemie di morte: il colera.
«Se quest'anno Messer Cholera non tornerà a farci visita...» Così i giornali parlavano di una tragica onnipresente minaccia che nel 1836, 1855, 1867, 1873 aveva mietuto migliaia di vittime anche nel reggiano. Nel 1855 morì di colera, fra i tanti, Ercole Franchini, cui è dedicato l'Ospedale di Montecchio. Del colera non si conoscevano le cause, ma già dal 1852 era stato dimostrato il suo collegamento con il consumo di acque contaminate da scarichi e deiezioni organiche. Le teorie "miasmatiche" concordavano nell'individuare l'insalubrità ambientale come origine della malattia.
II colera non era del resto l'unica minaccia: non meno gravi epidemie di tifo e difterite contribuivano ad elevare la mortalità, soprattutto infantile.
I pozzi urbani erano anche a Reggio in condizioni disastrose. Ulderico Levi, di facoltosa famiglia ebraica, esponente di quella Sinistra Storica conservatrice che a Reggio, con la "Associazione Costituzionale" dominava il quadro politico, decise di stanziare una somma enorme, che venne portata da 150.000 fino a 463.000 Lire, per donare alla città l'acquedotto.
Una "munificenza" che gli venne riconosciuta e lodata per anni e gli valse, come comprensibile, discreti vantaggi politici. Nel 1885 venne eletto deputato, e più tardi nominato Senatore (non gli venne per questo risparmiata l'umiliazione di riuscire sconfitto dal maestro socialista Salsi alle elezioni politiche del 1895 - ahi l'umana ingratitudine!
Gli studi di Pellegrino Spallanzani, illustre chimico della "Scuola Zootecnica e Caseificio" fiore all'occhiello dell'agricoltura reggiana, pioniere dello sviluppo dell'industria del Parmigiano-Reggiano, dimostrarono che le acque più adatte da portare a Reggio erano quelle dell'Enza, ed in particolare quelle delle falde sotterranee del torrente, particolarmente abbondanti presso Montecchio. Una commissione tecnica, instaurata da Levi, rese ufficiale la scelta delle acque da portare a Reggio.
Nel 1881 venne firmato l'accordo con la società Galopin-Sue-Jacob di Savona, che realizzò, con la tecnologia superiore di cui si disponeva da qualche decennio all'estero, l'acquedotto della città ligure oltre a quelli di Ancona e Bergamo.
II progetto reggiano, predisposto da Domenico Lonza, venne perfezionato con il parere del Prof. Succhia, insigne figura di ingegnere e patriota. Non è casuale al riguardo l'intervento di una società estera. Il capitale straniero si era infatti indirizzato in Italia verso quei settori che avrebbero dovuto risultare immuni dalle incertezze e dalle miserie dei mercati nazionali: opere pubbliche, beni e servizi primari.
Problemi tecnici e societari (alla Galopin-Sue-Jacob subentrò, con gli stessi uomini e strutture, la Societè Metallurgique Lyonnaise) costrinsero a ritardare la consegna dei lavori, dai diciotto mesi previsti inizialmente, ad oltre quattro anni. Una controversia tecnica venne risolta a favore del committente con lodo arbitrale dell'estate 1883. Dei ritardi si fece economicamente carico il Levi che lasciò al Comune gli interessi sui pagamenti non effettuati al costruttore (pagato in unica soluzione a fine lavori), contribuendo così, con l'ulteriore lascito di £ 60.000 circa, ai lavori di risanamento urbano legati all'abbattimento delle mura cittadine.
Nel 1884 e 1885 la minaccia del colera tornò a presentarsi con prepotenza. Le cronache locali descrivono giorno per giorno ì'espandersi dell'infezione dalla Francia all'Italia meridionale, all'Emilia, al Parmense, fino a Reggio. Una minaccia di morte che non si sarebbe più ripresentata dopo la conclusione dei lavori dell'acquedotto. Il 22 novembre 1885, non senza il superamento di nuovi screzi tra il donatore e la società concessionaria, desiderosa di mettere a reddito l'opera di cui aveva ottenuto la concessione quarantennale, l'acquedotto venne solennemente inaugurato in perfetta pompa///? de siede.
I cinque pozzi di Montecchio (ne venne scavato più tardi un sesto), di portata prevista in 20 litri al secondo, davano in realtà oltre 37 litri di buona acqua potabile. Una conduttura di cemento portava le acque dei pozzi di Montecchio al serbatoio di raccolta di Codemondo, dove una tubazione di ghisa lunga 7 km le conduceva a Reggio, in modo da servire anche i piani delle case posti a più di quindici metri sul livello medio della città; una relativa abbondanza che permise ai Pozzi, dotati dagli anni '20 di elettropompe, ed affiancati progressivamente da nuove strutture realizzate nei dintorni della città, di servire la città fino al secondo dopoguerra. Dal 1922 il servizio dell'acquedotto passò dalla Societè Franco-ltalienne des Eaux, nuova denominazione della già nota società lionese, al Comune. Il passaggio venne anticipato perché la società privata, preoccupata dei risultati economici aziendali, si disinteressava, soprattutto in vista della scadenza della concessione quarantennale fissata al 30 giugno 1927, di effettuare nuovi investimenti e le necessarie manutenzioni. Il pensionamento definitivo dei pozzi di Montecchio risale alla fine degli anni '60 del Novecento. Da allora le giovani "Naiadi" delle sorgenti sono rimaste padrone assolute degli anfratti e delle acque, ancora abbondanti sotto le volte riparate dal prato stabile e dagli alberi. Ed è grazie all'acquedotto Levi che l'area delle "Sorgenti Enza " ci è potuta giungere in un aspetto non molto diverso da quello di oltre cent'anni orsono, in un quadro generale dominato da profondi mutamenti e sconvolgimenti ambientali. Natura, archeologia industriale, storia economica e sociale: la ricchezza dell'area è davvero varia e multiforme. La speranza è che le naiadi che la proteggono, che sono semi-divine ma non immortali, possano ancora abitarvi a lungo.
 

NOTE GEOLOGICHE

Le caratteristiche geologiche dell'area sono quelle tipiche del cosiddetto "tratto anastomizzato" delle zone pedemontane, nel quale le acque torrentizie diminuiscono di velocità depositando gran parte dei detriti erosi a monte. Per capire l'evoluzione temporale di questa terra bisogna tornare indietro nel tempo fino ad un milione e mezzo di anni fa quando al posto della pianura padana c'era un grande golfo marino delimitato ad ovest dall'arco montuoso della catena degli Appennini e delle Alpi. Le cause che contribuirono al riempimento di questo mare "padano" furono sostanzialmente due: il contributo dei sedimenti che affluivano abbondanti dai fiumi e il sollevamento della catena appenninica e alpina. Nel medio tratto del torrente Enza è presente una "rassegna" significativa dei più frequenti tipi di rocce presenti nel territorio del medio appennino emiliano. Accanto a rocce formatesi in ambiente marino, sono infatti presenti spesso depositi alluvionali, grandi coltri argillose ed affioramenti di materiali vulcanici. Questo sistema geologico è ordinato cronologicamente, infatti risalendo il torrente dall'alta pianura, dai comuni di Montecchio e Montechiarugolo, verso la montagna si ripercorre a ritroso la storia geologica della valle, incontrando una successione di diverse tipologie di substrati la cui età varia dalle poche migliaia agli oltre cento milioni di anni.
I terreni geologicamente più recenti appartengono al territorio di Montechiarugolo e di Montecchio: si tratta principalmente di depositi ghiaiosi, ciottolosi e sabbiosi di origine alluvionale, risalenti al periodo quaternario. Questi depositi alluvionali hanno uno spessore elevato; nel corso delle ere geologiche le acque del torrente li hanno più volte erosi, in tal modo hanno avuto origine le alte scarpate tra Montechiarugolo, Traversetolo e Montecchio delimitano l'attuale pianura alluvionale di greto.
Analoga origine hanno avuto anche i rilievi ondulati che connotano il circostante paesaggio di alta pianura ove compaiono piccoli dossi e modeste scarpate che testimoniano anch'esse l'esistenza di antichi alvei abbandonati. Lungo il margine di queste scarpate, che in alcuni casi raggiungono un'altezza di oltre trenta metri, furono eretti nel corso dei secoli rocche, borghi e castelli: è questo il caso della Rocca di Montechiarugolo, del Castello di Montecchio e di San Polo.
I depositi alluvionali che si estendono nel pedecolle, formando grandi depositi ghiaiosi, prendono il nome di "conoidi". I conoidi alluvionali, presenti allo sbocco delle principali valli appenniniche, rappresentano forme a tronco di cono molto appiattite ed allungate, infossate a monte entro la fascia dei terrazzi e si sviluppano verso pianura. In genere si tratta di depositi del tardo Pleistocene o, in alcuni casi, dell'Olocene antico, poco deformate dall'attività tettonica, formati da ghiaie prevalenti e sabbie, sovente ricoperti in superficie da materiali più fini. Il loro spessore aumenta verso valle e sono sede delle principali risorse idriche sotterranee dell'alta pianura.
La loro presenza testimonia la grande forza erosiva esercitata dal torrente Enza durante il quaternario nel corso delle complesse vicende climatiche, dalle glaciazioni alla orogenesi (sollevamento) dell'appennino. Il torrente Enza, dopo aver depositato le imponenti masse delle conoidi, ha successivamente iniziato ad erodere i medesimi cumuli dando origine, in questa parte del suo corso, al caratteristico paesaggio terrazzato connotato da alte scarpate.
Caratteristiche idrogeologiche del sistema acquifero
L'acqua nel sottosuolo è contenuta nei pori esistenti fra i materiali (ghiaia e sabbia) che costituiscono, insieme alle argille, il primo sottosuolo della pianura reggiana.
Tutti questi materiali sono stati depositati nel trascorrere delle ere dai corsi d'acqua (Po, Enza, Secchia, Tresinaro e Crostolo); mentre le ghiaie e le sabbie sono permeabili e possono contenere acqua che ne permette il movimento, le argille non possiedono questa caratteristica in quanto impermeabili. La presenza di livelli argillosi determina quindi un ostacolo alla circolazione idrica e, delimitando i materiali permeabili, consente la formazione di un serbatoio sotterraneo che può venire riempito d'acqua. Il serbatoio, e l'acqua sotterranea in esso contenuta, costituiscono l'acquifero. L'andamento dei corsi d'acqua nel passato ha determinato quindi la creazione di serbatoi sotterranei, la loro forma e la loro capacità di contenere l'acqua in diversa quantità. L'alimentazione di questi serbatoi sotterranei è dovuta principalmente ai corsi d'acqua ed alle infiltrazioni dalla fascia permeabile della pedecollina. Peraltro è necessario sottolineare che il torrente svolge la sua funzione di ricarica degli acquiferi, solo per un breve tratto, in corrispondenza della parte più alta della conoide.
Nella pianura reggiana sono identificabili tre serbatoi principali, di cui il più importante quantitativamente è quello legato ai depositi alluvionali del torrente Enza.
L'argomento è molto complesso e non si può certo sperare di esaurirlo con queste note che, per lo spazio a disposizione e per le caratteristiche della trattazione, devono per forza essere brevi; da esse comunque si può intuire perché, quando oltre cento anni or sono dovettero scegliere il luogo di captazione delle acque per l'acquedotto di Reggio, optarono per l'area delle Sorgenti Enza che a quel tempo veniva chiamata "Prati Livelli" e dove molto probabilmente scaturivano alcune sorgenti spontanee.
 

LE ATTIVITÀ DIDATTICHE

L'Area di riequilibrio ecologico "Sorgenti Enza" per le peculiarità che presenta sotto l'aspetto naturalistico, si presta particolarmente bene per quelle attività di tipo didattico che si rivolgono soprattutto ai ragazzi delle scuole elementari e medie inferiori e che tendono a trasformare il luogo in una vera e propria "aula verde". Nell'ultimo quinquennio diversi programmi didattici, basati su esercitazioni pratiche di ecologia sperimentale, sono stati portati a termine con grande entusiasmo da parte dei ragazzi e soddisfazione degli insegnanti. Il progetto "Impariamo a conoscere l'ambiente" ad esempio realizzato alcuni anni or sono in collaborazione con alcuni insegnanti di scienze della scuola media di Montecchio «Jacopo Zannoni» proponeva ai ragazzi l'osservazione diretta della natura tramite alcune semplici esperienze ed era articolato in obiettivi di carattere generale come l'educazione al metodo scientifico o lo sviluppo della capacità di osservazione e in obiettivi specifici quali l'individuazione dei vari ambienti dell'area studiata, lo studio del suolo, il censimento delle specie vegetali ed animali presenti, la stesura delle schede di rilevamento, la realizzazione di un piccolo erbario.
Per le scuole elementari i progetti sono evidentemente più semplici, con esperienze mirate tenendo conto della differenza di maturità scolastica tra le varie classi.
L'Assessorato Ambiente da alcuni anni promuove attività di educazione ambientale sia fornendo la collaborazione diretta del Servizio Tutela Ambiente nel reperimento di informazioni e documentazione, sia mediante l'erogazione di contributi economici mirati a contenere le spese che le scuole devono affrontare nell'attuazione dei programmi.
È auspicabile che la consapevolezza dell'importanza di tali attività rappresenti un ulteriore stimolo a recepire il contatto con la natura e le esperienze "sul campo" come momenti fondamentali di crescita individuale nei confronti dell'ambiente. In tal senso questa area costituisce una piccola aula protetta posta all'interno di quella grande scuola che è il territorio ed in particolare il fiume.


Per informazioni e richieste si può contattare il Servizio Tutela Ambiente del Comune di Montecchio Emilia tutti i giorni dalle ore 8.30 alle ore 12.30 (Tel. 0522/861851).
 



Ultimo aggiornamento: 17/05/16